martedì 30 dicembre 2008
martedì 3 giugno 2008
Testo sul dolore di Elena Bonora
«E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35), profetizza il vecchio Simone a Maria che ha portato il suo bambino al tempio: ed è esattamente quanto le accadrà ai piedi della croce davanti alla morte del figlio. Nella Pietà di Viterbo, Sebastiano del Piombo dipinge su uno sfondo lunare e quasi ostile un’enorme figura di donna vestita d’azzurro, appesantita e non più giovane, che alza gli occhi verso il cielo. Ai suoi piedi giace il corpo magnifico del figlio morto. Nulla a che vedere, nel capolavoro del pittore veneziano, con la «piena appartenenza e totale dedizione al Signore» della «Vergine offerente» (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Post-Sinodale «Vita consecrata»). Lì c’è solo un essere umano spezzato che cerca, laddove spera di trovarla, una risposta che dia un senso a tanto dolore.
Ci sono uomini e donne che passano la loro vita al riparo da tutto questo, per vari motivi, talvolta perché sono loro stessi veri seminatori di dolore. Ma molti sono quelli che invece il dolore ha trasportato all’improvviso in un mondo lunare e sradicato privo di riferimenti, dove non sai più dove ti trovi o da quale parte sei voltato. Alcuni possono dire di essere sopravvissuti al dolore e al ricordo di quanto hanno perduto. Altri, e sono i più coraggiosi e fortunati, di esserci cresciuti attraverso. Ma sanno anche, questi uomini e donne, che l’innocenza è per loro perduta per sempre, che lo sguardo limpido con il quale «prima» guardavano alla vita non c’è più, e quando vedono un bambino sentono una stretta al cuore all’idea di quello che lo aspetta.
Intorno, il «Mulino bianco» delle vite degli altri. Che raramente sono proprio così, ma questo è quello che ci fa credere una società in cui il dolore è stato espunto dai discorsi, riducendosi a disgrazia privata, ad accidente individuale da curare con la chimica, la religione, le buone parole. Siamo del tutto impreparati all’eventualità di essere distrutti dal dolore, tanto quanto lo siamo davanti alla possibilità di conoscerci attraverso il dolore.
I greci avevano chiara l’idea che dal dolore nessun uomo è protetto. Che persino Eracle, l’eroe invincibile e mai stanco, poteva essere annientato. Loro sapevano bene cosa significava guardare negli occhi Medusa. Ma hanno anche osato andare oltre, cercando empatia, bellezza e conoscenza.
Testo sul dolore di Rita Gari
Le parole sono pozzi profondi, si rischia di non uscirne più fuori
Una minuscola anfora d’oro che ho visto al Museo Nazionale del Cairo mi ha causato il più lancinante dei dolori, un buco nel centro dell’anima … La bellezza è dolore assoluto
Dolore è sapere che Ettore sarà ucciso da Achille.
Che sia proprio per questo, per conoscere il dolore, che siamo stati risucchiati provvisoriamente dal non essere?
E’ stato Dio? E quale? Quale dei nostri “Dio” in guerra fra loro
La prossima volta, ti prego, chiedimi della gioia.
Poesia sul dolore di Ruggero Maffei
Buio.
Silenzio.
Mi muovo con una certa fatica all'interno di un ambiente angusto i cui
contorni mi sfuggono.
Di solito sono abbastanza indifferente alla realtà che mi circonda, ma
nell'ultimo periodo
alcuni eventi hanno modificato questa mia apatia.
Il mio battito cardiaco si è lievemente alterato, i miei movimenti
sono affaticati, sempre
più sporadici e avverto una forza invisibile che mi opprime.
Improvvisamente lo spazio intorno a me muta, le pareti si avvicinano
al mio corpo costringendomi
a delle rotazioni innaturali, mi ritrovo in una strana posizione, a
testa in giù.
Non riesco ancora a capacitarmi di quello che è successo, quando
percepisco un senso di costrizione
e una lieve spinta verso il basso. Dura solo un istante ma è una
sensazione di disagio mista ad
impotenza per la mancanza di un mio controllo su tutti questi eventi.
Di nuovo il senso di costrizione e la spinta, stavolta più intensa e
più duratura. Nel breve
volgere di qualche decina di minuti, la sequenza si ripete ad
intervalli sempre più ravvicinati.
E' evidente che tutto questo segue un disegno preciso, ma a me
protagonista inconsapevole, non è dato
conoscerlo.
Un nuovo impulso, più forte dei precedenti, mi proietta in una realtà
completamente inedita ed
inesplorata. Una luce abbagliante mi accoglie ostile, trafiggendomi
come uno stilo acuminato.
L'aria intorno a me mi stringe in un gelido abbraccio, il mio corpo
reagisce con brividi e tremori.
I polmoni si riempono di ossigeno creando una fitta dolorosissima a
cui reagisco urlando e
con un pianto disperato.
Di fronte a me, i miei genitori salutano la mia nascita con risate e
lacrime di gioia
e mi insegneranno che quel pianto non era altro che il mio tentativo
di comunicare un semplice
messaggio "Ciao vita, da oggi ci sono anch'io".
Testo sul dolore di Vitaliano Pesante
Non chiedermelo, non aspettarlo da me. Ragionare di dolore, per me è un nuovo dolore. Perché ragionarci su? Tanto, lui va, lui viene, quando vuole lui. È come l’amore, ragionarci su rende più sterili: quando lo aspetti non arriva, quando ti capita addosso ti sbigottisce. Meglio stare accucciati nel quotidiano, sapere che prima o poi il dolore arriverà, a allora cercherai di difenderti. Con una forza che non nasce mai dalla ragione, ma da una disposizione dell’animo.
Ragionare del dolore fa paura: apre una catena che da lui incomincia, poi evoca il male, e le ragioni del male, poi la morte e le ragioni della morte. Infine dio. Arrivare a dio attraverso il dolore è accaduto a molti, è successo anche a me, ma non è la strada migliore.
Il dolore è un luogo sacro. Per ragionare di lui, io cristiano mi faccio il segno della croce. Dolore è il luogo in cui si vela o si disvela l’esistenza di dio. Ma il dio è nascosto, e io non ho più voglia di giocare a nascondino. Vivo. Invertiamo i ruoli, mi venga lui a cercare.
E poi io sono banale. La mia esperienza del dolore è quella di una vita media d’uomo d’Occidente. Un padre morto presto, la madre vedova e dolente, gli insuccessi di lavoro, qualche malattia, e neppure una frattura ossea. Certo, c’è il dolore degli altri, vicini o lontani. Gli amici che se ne vanno con storie dolorose, e poi l’apprendimento delle grandi tragedie. La Shoah, la fame dell’Africa, la violenza alle donne, i bambini stuprati, le torture nelle carceri, i morti nelle guerre. Ma quelli sono dolori appresi, non vissuti. La mia cuccia calda non ne è sconvolta, se non con uno sforzo di immedesimazione. Non ho provato il dolore lacerante, quello che ti scardina. Né voglio sentirmi in colpa, perché non mi immedesimo come se fossi lì, e con quello e con questo. Diventa un impegno civile e politico, ma non è mai un’emozione che ti lacera. Oppure è un atto cristiano di partecipazione voluta e programmata. Ma, per quanto mi immedesimassi in un martire della Shoa, non poteri mai scrivere “Se questo è un uomo”. Anzi, quante volte ho ricevuto il rifiuto e quasi lo condanna, quando mi sono accostato a chi ha sofferto per farmi sentire dalla sua parte, e lui mi ha guardato con un sotterraneo sorriso di spregio.
E poi io sono cristiano. L’immagine del dolore è nel marchio di fabbrica della mia religione. Quel Cristo morto, appeso nella sofferenza, m’è entrato fin dentro gli ultimi meandri dell’inconscio, ancora quando ero piccolo. Non me ne libererò più. Ammesso che sia il caso di liberarsene. Certo, fa più comodo il Budda sorridente, ma anche lui è morto, e inevitabilmente in atto di dolore. Di assunti in cielo direttamente, senza dolore di passaggio, c’è solo la Madonna. Ma i teologi hanno sempre avuto molta fantasia. O meglio hanno sempre ragionato troppo. Fino a perdere il valore stesso, diretto, inesplicabile e vissuto dell’atto doloroso, della morte quindi. Ma loro ti spiegheranno tutto. Datemi un teologo, dopo che è morto, e poi starò ad ascoltarlo.
Dirai: che cazzo, è questo il modo? E io ti rispondo: dillo, dillo tu, ma parlami del tuo dolore, di quello che tu hai vissuto. Poi ti ascolterò. Intanto fatti pure le lugubri elucubrazioni che vuoi. Dolore e morte, paura e rimozione, dio e assenza. Mica facile.
Ma se proprio vuoi da me l’immagine suggerita dal dolore, se da questa vuoi trovare il significato che a me sta dentro, sotto, sopra, intorno, ti dico: è l’immagine di mia madre. Mater dolorosa. Come tutte le madri, anche quelle siliconate di oggi. Quando lei si è andata perdendosi nelle nebbie dell’Alzheimer, e d’improvviso se ne usciva sbigottita, chiedendo perché, che mi succede, e i suoi occhi erano smarriti in un’immensità grigia di cui non capiva né il da dove né il senso, né se di nuovo. E non c’erano parole per darle aiuto, nessun ragionamento. Solo la mano nella sua mano. Il rimorso è di avergliela data troppo poco.
Già! perché i rimorsi, per me che non ho vissuto tragiche esperienze, sono la forma di sofferenza più intensa. Ho sempre in testa Marguerite Yourcenar che parlava di fiducia tradita, di speranza delusa, di lealtà disattesa, di amore non corrisposto, per non chiedermi quante volte e con chi ne sono stato io l’autore. E questo è il mio rimorso. E questa è la mia sofferenza.
Tre degli innumerevoli dubbi che abbiamo sull'ineluttabilità del dolore
GENOCIDIO : DOLORE INUTILE.
Il non intervento : interesse geo-economico-politico ?
In altri termini: complicità di assassinio
Il genocidio in Rwanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo.
Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) una quantità di persone stimata da 800.000 e 1.071.000.
Le vittime furono in massima parte i Tutsi, una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo maggioritario a cui facevano capo gruppi paramilitari (interahamwe) principalmente responsabili dell'eccidio. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.
Come cinquanta anni prima con la Shoah, e oggi con il “genocidio culturale” (culturale ma non solo) in Tibet, i governi degli altri paesi del mondo sanno e non intervengono.
Testimonianze di superstiti o assassini del genocidio in Rwanda
Jeannette Ayinkamiye, 17 ans
« Moi, je sais que lorsqu’on a vu sa maman être coupée si méchamment, et souffrir si lentement, on perd à jamais une partie de sa confiance envers les autres, et pas seulement envers les interahamwe. Je veux dire que la personne qui a regardé si longtemps une terrible souffrance ne pourra plus jamais vivre parmi les gens comme auparavant, parce qu’elle se tiendra sur ses gardes. »
Francine Niyitegeka, 25 ans
« … je ne me préoccupais plus de quand j’allais mourir, puisqu’on allait mourir, mais de comment les coups allaient me couper ; du temps que ça prendrait, parce que j’étais très effrayée de la souffrance des machettes. »
Edith Uwanyligina, 34 ans
« Le génocide m’a fait veuve et orpheline en même temps, à vingt-sept ans. Une chose qui me rend plus que triste, c’est que je ne sais pas comment est mort mon mari et que je ne l’ai pas enterré. »
Claudine Kayitesi, 21 ans
« On se demandait qui allait être tué le lendemain. Après les premières séances de tueries, on ne se demandait plus pourquoi on devait mourir. Cette question nous était devenue négligeable. Mais on pensait beaucoup au comment. On tentait d’imaginer quelle devait être la souffrance de mourir sous la machette. »
Sylvie Umubyeri, 34 ans
« Ils sont aplatis sous les deuils, ils ont été recouverts par des assemblages de malheurs (…). Ils répètent, pourquoi je n’ai pas pu sauver ma maman ? Pourquoi je n’ai pas pu sauver mon enfant ? Ils se dégoûtent d’être encore là, tout seuls. (…) Il y a beaucoup de gens qui se sentent blâmables d’être vivants, ou qui pensent qu’ils ont pris par hasard la place d’une personne valable, ou qui se sentent simplement de trop. »
Dans le nu de la vie , Récits des marais rwandais
Jean Hatzfeld
Eugénie N. 32 ans
« Je ne raconte mon histoire à personne, parce que je suis dégoûtée de la nature humaine. L’homme a détruit tout en moi. Je n’ai accepté de témoigner que parce que toi aussi tu es une veuve qui a perdu ses enfants. »
Evariste, 15 ans
« …. Je ne suis pas moins mort après avoir assassiné que je ne le serais si j’avais été assassiné. (…) Je ne pleure plus, car je ne suis plus un enfant. Je suis un assassin. Mon enfance est finie. »
Jean-Léonard, 35 ans
« Il n’y a pas à mes yeux de punition qui puisse égaler ce que nous avons fait à nos victimes. »
Les blessures du silence, Témoignages du génocide au Rwanda
Yolande Mukagasana
MALATTIA INCURABILE E DEVASTANTE: DOLORE INUTILE.
Il rifiuto di porre fine a questo dolore: crudeltà gratuita?
19 marzo 2008.
Chantal Sebire, 52 anni, colpita da una rara forma di cancro atrocemente doloroso che le devastava il volto e le aveva tolto la vista, senza speranza di guarigione né di intervento chirurgico, aveva fatto una richiesta di eutanasia che le era stata negata dalla magistratura francese.
Pochi giorni prima di essere trovata morta nella sua casa, aveva rilasciato un’intervista a Le Monde.
“Oggi semplicemente non ce la faccio più, la situazione peggiora ogni giorno, il dolore è atroce. Mi sento letteralmente mangiata dal dolore.”
“Ho resa pubblica la mia malattia per fare capire che ci sono delle sofferenze che non si possono risolvere. (…) La cosa che rivendico è che il paziente, incurabile come me e ancora consapevole, possa decidere della propria morte…”
“Quello che la medicina può propormi attualmente è uno stato comatoso o semi comatoso per provare ad abbreviare il mio dolore (…)”.
“Non si tratta assolutamente di uccidere, ma di fare un gesto d’amore nei confronti dell’essere umano che soffre di fronte a noi (…). Chiedo solo che questo calvario finisca.”
Chantal Sebire, in accordo con i figli, chiedeva solo che si permettesse al suo medico di porre fine a questo dolore intollerabile e assolutamente inutile, dato che non avrebbe mai potuto guarire da una malattia che, da otto anni, progrediva inesorabilmente. Come si può giustificare questo rifiuto?
FAME NEL MONDO : DOLORE INUTILE.
Il non intervento: cecità criminale?
Secondo il Vertice Mondiale sull’Alimentazione del 2006, l’agricoltura mondiale oggi può dare da mangiare a 12 miliardi di persone mentre siamo in 6,2 miliardi. Questo significa che la fame non è una fatalità e non è irrimediabile: un bambino che muore, perché non ha da mangiare, è un bambino assassinato. 850 milioni di persone sono sottoalimentate, di cui 70% di contadini.
Grazie alle varie rivoluzioni tecnologica, elettronica e industriale, siamo entrati nel regno dell’abbondanza. La causa della fame è dovuta quindi alla distribuzione aberrante delle ricchezze, alla politica di liberalizzazione degli scambi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, alla politica di dumping agricolo dell’Unione europea e ad una gestione dell’industria agroalimentare nelle mani di poche multinazionali.
In Francia, la legge proibisce ad un panettiere al quale avanza del pane di regalarlo a chi ne ha bisogno. Può solo lasciarlo vicino ai rifiuti, come se lo volesse buttare, sperando che qualcuno passi poi a prenderlo. In Italia, la legge proibisce di dare il cibo non toccato dai bambini, nelle mense delle scuole, alle persone bisognose o agli ospizi. A Vienna, la quantità di pane non venduta e buttata ogni giorno basterebbe per nutrire la seconda più grande città austriaca, Graz. Questi sono solo piccoli esempi dello spreco quotidiano insensato nei nostri paesi mentre sette milioni di bambini muoiono ogni anno nel mondo. Le coscienze cominciano a svegliarsi, la gente vuole sapere, cerca d’informarsi, si formano dei gruppi di acquisto solidale, ma non è facile boicottare tutti i prodotti delle grandi multinazionali sfruttatrici del terzo e quarto mondo e comprare solo i prodotti equosolidali. Perché chi ha veramente il potere di porre fine all’ingiustificata fame nel mondo finge di non vedere?
venerdì 25 aprile 2008
Tre domande ai relatori
A.Semi
Cos'è la sofferenza del mondo? è questo termine che mi riesce poco chiaro, a meno che non lo si intenda come la sofferenza cosciente e condivisa dei gruppi umani. E in tal caso sarebbe piuttosto una condivisione di una sofferenza individuale.
G.Mandel
Il dolore è un male necessario. Se una appendice infiammata non mi facesse male, non mi farei operare e degenererebbe in peritonite portandomi alla morte. Sta a noi capire questo esemplare campanello d'allarme. D'altronde il vero male è l'ignoranza, poiché in definitiva noi "siamo" ciò che abbiamo imparato ad essere. D'altronde lo stato da raggiungere "imparando" è la serenità, dal momento che il piacere è episodico (altrimenti porta ad alterazione fisica e psichica) e la felicità è determinata "occasionalmente" da una situazione transitoria.
Il mondo fenomenico è costituito da energia: un flusso positivo e negativo che non è materia, regolato dalle leggi divine che lo costituiscono in elementi. Quindi tutto nel mondo fenomenico è un costante contrapporsi di negativo e positivo, di bene e di male, il giorno e la notte, il sano e il malato, il sazio e l'affamato, Caino ed Abele... Quando è mezzanotte non impreco per il fatto che al buio non vedo: accendo una lampada.
La sofferenza nel mondo è dovuta all'ignoranza, ma quella del mondo è dovuta anche all'egoismo, alla rapacità, alla malvagità dei potenti, e soprattutto alla devianza psichica. Una devianza che il modello sociale del periodo attuale incentiva ad oltranza, in un progresso a spirale nel quale il mondo va precipitando. Per fortuna ci sono i poeti, i mistici, gli "uomini di buona volontà"; c'è quindi un lato positivo luminoso che, come nei tempi bui del Medioevo, farà sopravvivere il Bene e ci porterà (come disse Dante) «di fuori dal pelago alla riva.»
Lama Paljin
1. Per i filosofi ottimisti, gli unici valori della vita sono il piacere e la
felicità, mentre il dolore è un disvalore, è un male, che bisogna ridurre mediante un esercizio costante della volontà e dell’intelletto. E’ giusto cercare di eliminare la sofferenza/dolore dalla propria vita con tutti i mezzi?
E’ giusto cercare di eliminare il dolore con tutti i mezzi idonei, tenendo conto delle sofferenze che possono derivare in relazione ai mezzi usati. Se i mezzi sono efficaci e non producono effetti secondari, sarebbe assurdo non utilizzarli. Se permettono l’eliminazione di una sofferenza generando un altro tipo di sofferenza di entità inferiore, si dovrebbe scegliere il male minore. Se eliminano una sofferenza ma ne introducono una di qualità identica o superiore, la soluzione non è logica.
2. Nel Fedone Platone cerca di dimostrare come dolore e piacere nascano in qualche modo l’uno dall’altro. Quanto di questo può essere vero?
Nel Fedone, Platone sostiene che i contrari si generano l’un l’altro e che la scienza del meglio e del peggio è la medesima. Questo concetto dell’impossibilità di esistenza di una qualità senza la presenza di una qualità contraria, lo si ritrova nel secondo capitolo del Tao e nel Sepher Yetzirah ebraico, dove viene affermato che il mondo per essere ha bisogno del duale.
Nel Buddhismo, la sofferenza e il piacere sono originati da un ego assetato di esperienze e si susseguono incessantemente per la legge del cambiamento e dell’impermanenza. Soltanto l’imperturbabilità derivante dalla saggezza può eliminare le emozioni che alimentano, nel bene e nel male, il desiderio.
3. La sofferenza del mondo è un’esternalizzazione della sofferenza interiore dell’umanità?
La sofferenza del mondo è legata alle tendenze che caratterizzano il comportamento dei suoi abitanti. Spinti dall’egoismo, dall’avversione e dalle illusioni, gli uomini perdono di vista i valori fondamentali del vivere sul nostro pianeta: la conservazione della vita e la pace.
La terra sta pagando le conseguenze della confusione che regna nel genere umano, il quale persegue la ricerca della felicità con mezzi sbagliati, come l’abuso di potere, l’oppressione e lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente.
La tensione, la paura e la competizione sono diventati i motivi conduttori di un disagio che rende l’uomo aggressivo e gli fa perdere di vista il bene comune. Se dimentichiamo che la nostra serenità dipende dalla serenità degli altri, che il nostro futuro è il futuro degli altri, allora l’avvenire del mondo è minacciato dall’isolamento, quando invece è sempre più necessario che gli uomini si uniscano per sviluppare un concreto senso di responsabilità universale.
Significato della sofferenza ed esperienza della malattia nell'Îslâm
Per sofferenza e per dolore abbiamo in arabo (lingua purvia tanto ricca di vocaboli e di significanze) un solo termine: âlam, e il Corano, base essenziale dell'Îslâm, quasi non ne parla: una volta per dire che dolore è ciò che prova la partoriente (19ª23), mentre per 71 volta ripete una sola frase: min cadhâb âlymin («doloroso è il castigo divino»). Nel Corano il termine malattia (maradh) è citato 12 volte, ma tranne in un caso (210) si tratta di una “malattia nel cuore” per indicare deviazione psichica, malanimo, malvagità, sospetto.
Per la cultura islamica dunque il dolore è necessario nel senso che ci avverte di una malattia o di una disfunzione, e grazie ad esso il medico può capire quale patologia ha causato il dolore e la può curare. Oppure si tratta di una sofferenza psichica. Nell’ambito della religione, per l’Îslâm, a prescindere da quelle patologie psicotiche che son causate da deficienze fisiche, la sofferenza psichica dipende soprattutto dall’ignoranza e dagli egotismi. Ci fornisce la misura della nostra condizione umana, ed è utile per temprare lo spirito e per migliorare la visione della vita, soprattutto dal punto di vista etico-spirituale.
In nessun caso il dolore serve per redimere la condizione umana, e ancor meno per meritare il Paradiso. In effetti il Corano stesso afferma (20ª1-8) che il suo verbo non è stato dato all’umanità per la tribolazione, ma come misericordia per gli universi (21ª107). Qualsiasi cosa rappresenti per l’Îslâm il Paradiso, definito più volte nel Corano “una parabola” (2ª25/26 e 47ª15, 32ª17), esso vien meritato dalle azioni, dallo sforzo (jihad) compiuto sulle proprie passionalità, e non dalla supina acquiescenza ai riti di una religione e al dolore esistenziale. (45ª28: il giorno ultimo ogni comunità sarà convocata davanti al suo Libro: «Oggi sarete retribuiti per le vostre azioni. Quindi: Non per la vostra religione!)
Quindi, per la religione islamica le azioni negative portano a) il dolore, a sé o agli altri; b) il castigo doloroso. In tutti i casi il dolore non è conseguenza della fatalità, e non va sofferto nel silenzio e con abnegazione; dopotutto non è coranico neanche l’assunto: «Partorirai nel dolore». Così, nella Turchia ottomana erano già diffusi la peridurale, il parto psicoprofilattico, e l’uso di porre la partoriente su una seggiola per agevolare il parto “in discesa”.
Veniamo ora all’ambito del misticismo. I Sufi (i mistici e le mistiche dell’Îslâm, paragonabili ai frati e alle suore della religione cattolica), dichiaravano sin da mille anni or sono che l’essere umano è composto di quattro parti distinte e strettamente unite in una interdipendenza che è precipua della vita terrena. Due parti sono materiali, una è spirituale, la quarta è globale.
La parte spirituale è l'anima, goccia di quell'oceano infinito che è Dio, al quale tende ed al quale ambisce tornare. La prima parte materiale è il corpo (comprese le sue valenze apoproteiche e il SNC, che ne determinano pulsioni e reazioni), e la seconda è la psiche, sorta di ponte fra anima e corpo, che permette al corpo di attingere a valori spirituali e all'anima di manifestarsi nella materia. Se questo ponte, come tutti i ponti, è stretto, ostacolato, crollante, caduto, il passaggio diventa difficile o addirittura impossibile. La quarta parte, globale, è l'ambiente, che incide considerevolmente nella formazione dell'individuo, come dice il Corano stesso.
Tutto ciò proviene da due essenze dell’essere che sono in Dio, nella sua qualità assoluta e solo sua di Creatore: azione e pensiero, termini limitati e quindi non adeguati a Dio, ma unicamente utili a noi per farci capire l’assoluto che a noi è incomprensibile. Con l’azione Dio crea l’energia, che non è materia (un atomo è formato di quanta di energia, e non è materia), e con il pensiero crea le infinite Leggi che coordinano l’energia nei vari elementi di cui si fa il mondo fenomenico. L’energia quindi, grazie alle Leggi, si compone in ciò che noi chiamiamo materia, ed essendo il corpo umano appunto una materia, anche se ricettacolo d’una essenza divina che chiamiamo anima, ha tutte le condizioni precipue della materia: sia il positivo sia il negativo. Pertanto il dolore fa parte della nostra imperfezione. Imperfezione determinata dalla nostra natura materiale. La materia ha in sé i limiti di spazio e di tempo, transitorietà, caducità, e soprattutto la dualità del positivo e negativo, essendo l’energia stessa, come ho detto, positiva e negativa.
Per ciò che riguarda l’anima invece, il suo massimo dolore è la lontananza dalla fonte, l’essere nella materia e per questo fatto sentirsi lontana da Dio – anche questo in effetti è un concetto del tutto errato.
E veniamo ora all’ambito della Medicina islamica. Anzitutto Îbn Tufayl, morto nel 1185, ci invitava a un lessico in grado di fissarci distinzioni e precisazioni: «Il fisico sente dolore e male; la piche sente strazio e sofferenza; l'anima prova tribolazione, spasimo, tormento, cruccio, supplizio, patimento, dispiacere, pena.» Su questa linea Hibatullâh bn Jimacy`, nel suo âlÎrshad li-masalih âlÂnfas wa âlÂgsad (Disposizioni che interessano le anime e i corpi) prescriveva anche l’uso della musicoterapia e della cromoterapia al fine di alleviare i dolori dovuti alle devianze psichiche. Si trova nel suo testo anche il concetto di vari tipi e disposizioni di sopportazione del dolore. Egli scrisse: «Il dolor di denti e la colica renale danno due tipi di sensibilità psichica: dal dentista si ha paura ad andare, mentre la colica la si sopporta con rassegnazione.»
Veniamo al Canone di medicina (14 volumi) del turco Avicenna (Îbn Sina, nato nel 980 ad Âfshana, Bukhârâ, in Uzbekistân, morto ad Hamadhân, in Iran, nel 1037. Sua madre era una principessa della tribù turca delle Sette frecce.). Per lui il dolore fisico è utile, essendo il primo motivo per ricorrere al medico e quindi evidenziare una malattia e poterla curare. Egli specificava in particolare il dolore cronico ribelle e il dolore conseguenza di un tumore; per diagnosticarlo e per tracciare una terapia del dolore, e in questo caso suggeriva il consulto di due medici e uno psichiatra.
Egli riteneva che come conseguenza di un dolore prolungato si avesse alterazione del ritmo cardiaco, aumentata tensione arteriosa, ipersecrezione dei succhi gastrici. Pensava che un dolore che superasse i quattro mesi andasse considerato come una malattia già di per sé stesso. Inoltre parlò a lungo di frenite, delirio, letargia, caroco, apatia, melanconia; distinguendo la paura (ansia) dalla depressione, e definendo l'epilessia: una malattia "puramente fisica" mentre prima di lui era considerata psichica.
Non va poi dimenticato che la medicina islamica del medioevo già studiava le componenti psicosomatiche. Ishâq bn `Imrân (?- 970), nel suo Maqâla fî âlMâlîhûliyâ (trattato della Melanconia) tradotto da Costantino l’Africano in latino, distingueva tristezza, ansia, angoscia secondo componenti psichiche ma anche secondo origini somatopsichiche. In questo ambito alRazi (854-925 o 935), autore del Kitab alHawi tradotto in latino con il titolo Continens, affermò che nel curare l'anoressia occorre anzitutto distinguere se l'origine è somatopsichica o psicosomatica: nel primo caso è di origine endocrinologica e nel secondo caso psichica, per cui le cure sono del tutto diverse. Nel Sîra âlFalsafiyya, Medicina spirituale, tratta anche degli affetti placebo cui si può indurre la psiche. Comunque, per ovviare alla sofferenza la medicina islamica del Centroasia faceva ricorso anche all’agopuntura, alla kinesiterapia, al rilassamento indotto, alla moxa (utilizzo del caldo, ma anche del freddo ad esempio per le infiammazioni del periostio).
Sottolineo che nel campo medico lungo tutto il corso dei secoli le pagine dedicate al dolore sono migliaia, e non si limitano alle scarne citazioni che ho fatto. Vi risparmio naturalmente le abbondanti citazioni che fanno sul dolore i molti poeti musulmani, in particolare in Rûmî e Omar Khayyam.
Veniamo ora all’evento malattia, che con i concetti conseguenti di lesione, di dolore, e con la corrispondente paura di eventuale perdita della vita terrena, può essere uno squilibrio di per sé, ma non per quell’essere umano che realmente conosce se stesso, e che è giunto a conoscere se stesso attraverso la consapevolezza. Âbû Hamid âlGhazalî (1058-1111), grande maestro sufi ed eminente filosofo islamico disse: «La malattia è una delle forme di esperienza tramite le quali gli uomini giungono alla consapevolezza di Dio. Dio stesso, infatti, ci dice: Tutte le malattie sono i Miei assistenti che Io dispenso ai Miei amici prescelti.»
Per tutte queste ragioni succintamente accennate il mondo islamico (per il quale non sussiste il peccato originale e pertanto neanche il concetto della sua "espiazione") non accolse il dolore come veicolo di espiazione o di merito. Il dolore è solo l'indicazione di una malattia da curare o tutt'alpiù l'indicazione di una ignoranza, di una inadeguatezza, per ovviare le quali vanno perseguiti la ricerca e lo studio. D'altro canto anche il concetto di "martirio" è del tutto avulso dalla realtà coranica autentica e correttamente letta. Altro detto del Profeta: «Il sangue di colui che studia è superiore al sangue dei martiri.»
Per questo furono vanto dell'Îslâm i primi ospedali, i primi manicomi, nuovi strumenti chirurgici, ed un'ampia farmacopea che a volte addirittura anticipa i principi attivi di alcune medicine d'oggi. All'Îslam l'Europa deve gli studi sull'oftalmologia, la vaccinazione, l'organizzazione pediatrica e i primi sudi di anatomia. La prima descrizione esatta del meccanismo della circolazione sanguigna fu scritta da Îbn Nafis (?-1288). In Europa occorrerà giungere sino ad Harvey, nel 1628.
Ma ecco là dove, nell’Îslâm, sofferenza, esperienza della malattia e Via mistica si uniscono: nella ritualità precipua dei mistici musulmani, i Sufi, ossia nella loro esperienza mistica L’esperienza mistica, da qualsiasi religione essa sia agita, è strettamente connessa con l’apparato biologico umano. Gli effetti del comportamento rituale religioso concentrato e prolungato producono stati mentali di alto valore trascendente. La meditazione religiosa provoca una sentita attività nell’area motoria, e in particolare in quell’area dell’attenzione che presiede al concetto del Sé, inglobando strettamente il sistema limbico (ipotalamo, amigdala e ippocampo), ed è una attività misurabile anche con un comune EEG. Il passaggio avviene attraverso l’area verbale (necessaria alla formazione del mito idealizzante), per cui è formalmente importante la preghiera o la recitazione di formule e di mantra collegati con l’idea religiosa del Divino.
La meditazione libera vari ormoni: vasopressina, tireotropo, l’ormone della crescita, e il testosterone (tutti controllati dall’ipotalamo), e perciostesso rinforza il sistema immunitario. Quindi l’esperienza spirituale stimola (quando Dio lo consente) l’ottimazione fisica dell’organismo umano. Viene sollecitata l’attivazione dell’area associativa dell’orientamento, quella che ci dà cognizione della nostra individualità collocandola nello spazio. Vengono intensificati il senso del ritmo, dell’olfatto, si stabilisce un senso di calma, cui seguono sensazioni di rapimento congiunte ad una dilatazione essenziale del concetto dell’io, poiché azione e significato concorrono unitamente alla strutturazione di una realtà effettivamente superiore. L’intero processo comunque è tangibilmente fondato, e dimostrato in modo prettamente scientifico poiché lo SPECT (Tomografia Computerizzata a Emissione di Photoni Singoli) ne fotografa l’iter, ci mostre le successive attivazioni dei loci cerebrali sino all’attivazione dell’area che ci fa percepire l’essenza divina. Per cui il concetto di Dio non è una invenzione dell’essere umano, bensì è insito nell’essere umano sin dalla sua nascita e attende solo di essere attivato.
Tutto qui. Ecco con questi parziali e brevi accenni, come fu considerato il dolore e quale fu il significato della sofferenza nel vasto mondo della millenaria cultura islamica.
Intervento del prof dott Gabriele Mandel khân, Vicario generale per
l'Italia della Confraternita Sufi Jerrahi-Halveti
Testo sul dolore
Del dolore conviene parlare senza enfasi. Perché il dolore mette comunque l’essere umano di fronte ad un proprio limite: qualcosa che non si vorrebbe mai provare è lì, e bisogna farci i conti.
Del dolore, bisogna anche dire che – per definizione – è un fatto quantitativo: qualunque sensazione, anche la più piacevole, oltre una certa soglia si tramuta in dolore. Ancora una volta, si tratta del limite, del limite di quel che possiamo permetterci di sentire.
Del dolore, bisogna anche affermare che esso è utile a mettere in evidenza come l’individuo sia appunto tale, indivisibile. Non esiste dolore corporeo e dolore psichico. Si può qualificare il dolore, entro una certa soglia appunto , per la sua fonte ma non per la sua qualità. Il dolore è dolore. Certamente la fonte lo qualifica, almeno all’inizio, a piccole quantità. Ma poi basta: il dolore si qualifica comunque come un qualcosa (non solo sensazione, non solo sentimento) di insopportabile e di inibitorio nei riguardi del pensiero, sia nel senso che tutto il pensiero si concentra lì, sia nell’altro senso, cioè che il pensiero viene bloccato, non può percorrere altre strade, occuparsi di altri oggetti.
Del dolore, infine, va segnalato che, quando supera una seconda soglia, inibisce tutto l’individuo e prelude alla morte.
Tutte queste premesse servono a relativizzare ogni catalogo dei dolori possibili. Catalogo che può essere infinito ma serba qualche utilità solo nella misura in cui, appunto, può aiutare a svelare delle modalità per utilizzare il dolore.
Il dolore infatti è sempre anche un segnale di qualcosa. Lo si può dunque utilizzare per individuare questo qualcosa – che qui chiamo ‘la fonte’ – e per cercare di trasformare questo qualcosa in qualcos’altro. Non dico “di eliminare” la fonte del dolore. Perché spesso il dolore è provocato da un altro essere umano e allora la tendenza ad eliminare la fonte si chiarirebbe come una tendenza omicida. E anche per un altro motivo: l’altro essere umano che ci provoca dolore non solo può non volerci provocare dolore ma, peggio ancora, può essere lui immerso in uno stato di dolore. E a volte può capitare che quello stato di dolore glielo abbiamo provocato noi, senza volerlo. Questo è tipicamente il dolore profondo, lacerante, terribile ed umanissimo ad un tempo, che un genitore prova allorché si accorge di aver avuto la possibilità eppure di non aver protetto adeguatamente un proprio figlio, esponendolo a provare un dolore o un trauma.
Tra parentesi, quest’ultimo dolore va differenziato nettamente dal sentimento di colpa e il soggetto che lo prova sa bene che è così e che anzi il sentimento di colpa, nella misura in cui sposta l’attenzione psichica su se stessi anziché sull’altro, difende dal dolore.
Ritornando al dolore come segnale, è importante pensare che, se riusciamo a cogliere questo segnale quando è a bassa intensità, possiamo trasformare la fonte: ad esempio riusciamo a proteggere un nostro bambino prima che venga nuovamente posto in condizioni di dolore eccessivo, oppure riusciamo ad allontanare la mano dal fornello acceso. È utile, dunque, sviluppare una sensibilità al dolore che ci possa aiutare ad individuare la fonte e a trasformarla.
Per tutto il resto, il dolore è inutile e tendenzialmente disumano. Dobbiamo – perché la realtà ci costringe ad ammettere che il dolore è in qualche misura inevitabile – architettare strategie difensive che ci permettano di affrontarlo, di contenerlo, di limitarlo, ma sempre sapendo che queste manovre funzionano entro un certo limite e che comunque, oltre questo limite, saremo allagati dal dolore, impediti nel pensiero e nell’azione, infine disumanizzati.
E del resto, non è proprio l’uscita dall’umanità, ossia la morte, una fonte tipica di dolore? Della morte si può solo dire che è un’esperienza degli altri, alla quale noi assistiamo. E, certo, il dolore per la morte di un altro essere umano, tanto più se il defunto fu una persona alla quale fummo legati da vincoli di affetto, è legato alla perdita, dunque ad un fatto egoistico. Siamo noi che sentiamo di aver perduto qualcuno che amavamo, che ci provocava piacere con la sua presenza. Ma proprio qui bisogna fare attenzione alla distinzione tra dolore per la perdita – che è un dolore tutto nostro – e dolore per la morte dell’altro, che è un dolore assai diverso e riguarda appunto l’uscita di quella persona lì dalla scena dell’umanità, la sua disumanizzazione. Ed è molto umano e pietoso preoccuparsi che colui che è defunto non abbia provato un eccesso di dolore, che sia stato protetto nel momento della sua sparizione. Ed è anche consolante, perché è terribile pensare di non aver potuto proteggere dal dolore una persona amata ma è particolarmente terribile se il dolore che questa persona provava si accompagnava alla morte o addirittura la provocava.
Sarebbe molto consolante finire questo scritto su queste considerazioni. Ma bisogna pur ricordarsi che l’essere umano è molto complicato e che quindi il dolore ha anche a che fare con il piacere, il che complica notevolmente le cose. Non solo – come capita tipicamente nel sadismo e nel masochismo – il dolore può provocare il piacere ma, assai più frequentemente, è l’esperienza del piacere ad indurre reazioni psichiche sia consce sia inconsce di dolore. Quanti dei dolori corporei sine materia (e però realissimi) che proviamo nel corso della vita non sono motivati, ad un’indagine psicoanalitica, dal desiderio di evitare il piacere? Perché il piacere, inondante destabilizzante com’è, fa spessissimo provare colpa e paura e, pur di evitare di provare il terrore della perdita dei confini di sé (perché innamorati) si può “preferire” inconsciamente di provare dolore.
Anche perciò è bene riflettere a lungo sulla tentazione di eliminare la fonte del dolore.
Antonio Alberto Semi
domenica 20 aprile 2008
Dolore
Tre sono le caratteristiche del dolore fisico: la soggettività, la possibilità di classificarlo per attributi qualificativi ( a ondate, diffuso, trafittivo) infine l’ambivalenza della sua eventuale accettazione, che va dal rifiuto totale alla sua valorizzazione come segnale di allarme. E non si può omettere a questo proposito che nella nostra cultura è possibile il convincimento che il dolore sia una punizione divina per qualche nostro peccato.
Scivolando su un terreno specificamente medico, dovremmo porci la domanda se il dolore sia un sintomo o una malattia; che, nella pratica, significa cercare di farlo passare curando la malattia che lo avrebbe causato oppure curarlo in se e per se.
Se poi, dal “dolore fisico” passiamo a considerare il “dolore morale” (e non a caso essi sono designati dallo stesso sostantivo) si porrebbe il quesito se sia meglio farlo elaborare, come nel caso di un lutto, cercando un nuovo equilibrio esistenziale oppure se non sia meglio affogare il dolore e mascherarlo con farmaci o con alcool o altre droghe.
Un tentativo di oggettivizzare il dolore rendendolo addirittura misurabile è stato fatto dal sottoscritto nel 1966, costruendo un apparecchio, modificato partendo da una proposta di Kast. Il dolore, provocato dalla pressione di un punteruolo su un polpastrello ( e pertanto fisicamente misurabile) viene segnalato, da un soggetto intelligente e bene addestrato, con una variabilità molto modesta e si presenta pertanto come una misura abbastanza precisa – anche se sempre individuale. Ma quello che più conta, lo stesso soggetto testato può confrontare il dolore artificiale del test con un dolore spontaneo da lui sperimentato – e anche in questo caso, con una varianza d’errore molto bassa.
Ammetto che questa procedura non ha avuto una particolare fortuna.
Prendiamo un esempio medico. Un dolore spastico può essere caratterizzato da una intensità crescente fino a un’acme, per poi diminuire più o meno velocemente e, dopo una pausa che può diventare sempre minore, riprendere ancora una volta. Questa qualità del dolore può essere messa in relazione con la qualità di un fenomeno fisiopatologico, come una contrazione peristaltica per far superare un ostacolo meccanico al contenuto di un viscere. Questo dolore potrebbe avere come substrato materiale un tratto di intestino: questa diventa un’ipotesi di correlazione molto probabile. Non può avvenire per una via biliare, che è priva di muscolatura liscia.
N.B. L’intensità del dolore non è necessariamente in relazione al rischio in atto. Una nevralgia del trigemino può essere fonte di sofferenza molto maggiore del dolore di un’ulcera perforata, almeno nelle prime ore; ma la prima non costituisce una minaccia diretta per la sopravvivenza, la seconda si.
Come viene accolto il dolore dalla tradizione ebraica?
Per prima cosa, esso viene designato con più nomi, come se si dovesse distinguere fra tipi diversi di dolori. Già nella Bibbia ‘etzev indica un dolore da parto (Gn 3,16) ma anche un dolore morale ( I Sam 20,3 e II) Sam. 19,3). Keev indica un dolore fisico già in Gn 34,25, ma anche un dolore morale (il keev del cuore, Isaia 65,14 e Prov 14,13). Dalla stessa radice deriva la parola makh’ov, anch’essa con il doppio significato (ad es. Isaia 53,3, II Cr 6,29; di contro non è così in Lamentaz 1,12 ed Ecclesiaste 1,18). Nella terminologia talmudica si usa la parola Tza’ar soprattutto per i dolori degli animali (TB Shabbat 128 b e Baba Metzi’a 32 b). Sempre in questa epoca più tardiva si usa la parola yissur (pl. Yissurin): Sanhedrin 45 a, Berakhot 10 a). Ma in questi tempi si parla anche di dolori provocati per amore di Dio (yissurin shel ahavà in: Commento di Rashi a TB Berakhot 5 a). Ma in linea di massima, il dolore è il compenso per il peccato (TB Shabbat 55 a).
Dato il dipanarsi di questa terminologia nell’arco di molti secoli e probabilmente anche sotto la parziale influenza di lingue straniere, è possibile che si tratti di una pura e semplice evoluzione diacronica del linguaggio, senza che i vari termini indichino circostanze differenti o qualità differenti di dolore.
Esattamente come una donna dell’antichità avrebbe accettato con rassegnazione il dolore del parto, così avrebbe fatto anche un fedele punito con dolori fisici per una sua trasgressione. Il Talmud narra la storia di uno dei maggiori Maestri, punito con gravi sofferenze per aver respinto un vitellino che veniva condotto al macello e aveva cercato di nascondersi sotto la sua tunica; così facendo gli aveva detto crudelmente che la macellazione era lo scopo stesso della sua nascita. Lo stesso maestro, poi, per avere salvato un ratto dai colpi mortali della scopa della sua domestica, fu perdonato e sollevato dalle sofferenze (TB Baba Metzi’a 85 a).
Se la conclusione fosse che il fedele consapevole di avere peccato deve accettare la punizione attraverso la sofferenza fisica, restano aperti comunque due problemi.
Il primo riguarda le sofferenze subite in altri casi – fino alla stessa morte – per fedeltà alla parola divina, malgrado le proibizioni o le stesse persecuzioni dei pagani. Il martirologio, detto in ebraico la sofferenza estrema ‘al qiddush ha-shem, “per la santificazione del Nome del Signor Iddio”, è addirittura un titolo di merito. E questo è comune a molte religioni, specialmente alle tre religioni monoteistiche.
Ci possono essere casi nei quali il confine fra questo auto-sacrificio e lo stesso suicidio può diventare discutibile; come anche il suo contrario, quello di violare un precetto per mantenere una vita in atto, vita che è comunque un dono di Dio, o come si dice a volte, un “deposito fiduciario dato da Dio all’uomo” (piqqadon).
Ossia per temprare il carattere della persona giusta.
Stando così le cose, resta a lui solo di rispondere al quesito se, in qualche occasione medica, al dolore spetti una funzione utile.
E la risposta a questo quesito è sempre più orientata verso il negativo, cioè è sempre più difficile riconoscere al dolore una qualche azione benefica per chi lo sopporta, soprattutto da quando l’anestesia e le sue specializzazioni, lungi dal comprometterle, hanno salvaguardato le vite.
E’ molto probabile che la conciliazione fra i problemi posti dalle fedi e quelli posti dalla lotta al dolore possano essere esaminati da un nuovo punto di vista, dando al dolore stesso la qualifica di malattia vera e propria, dalla quale derivano segni diversi, che non devono farci confondere.
Amos Luzzatto